Attorno al 1750 il poeta bassanese Giovan Battista Roberti divenne famoso scrivendo versi sulla moda e sulle fragole. Frivolezze? No. L’autore, padre gesuita, era tutt'altro che superficiale: intriso di cultura classica, partecipe dei problemi sociali del suo tempo, si mantenne sempre lontano dai facili moralismi; i suoi eleganti libretti godettero di buona fama finché il Romanticismo non li gettò nel cestino della dimenticanza.
A Foscolo e a Bertòla non piaceva molto: trovavano il suo stile lambiccato e troppo carico di ornamenti. Leopardi, al contrario, lo inserì nella sua “Crestomazia italiana della poesia” riportando alcune ottave del suo poemetto “Le Fragole”.
Pubblicato per ben tre volte anonimo e sempre preceduto da una lunga dedica firmata da Guerino Roberti, fratello di Giovan Battista, il libretto fu scritto per il matrimonio del nobile veneziano Giovanni Mocenigo con una donna della famiglia Loredan.
In questo lavoro il poeta, cantando la fragola, insegna il modo di coltivarla, dall'impianto alla raccolta, e accenna anche alle maniere di condire il frutto per renderlo più gradevole. “O zucchero, o dolcezza, o dono caro a noi venuto da straniero locol, pera chiunque o stupido o avaro, o zucchero vital, ti pregia poco”: così Roberti loda la bontà dello zucchero sulle fragole.
Che dire poi della panna? Egli immaginava una “gentil piramidale di rilevate fragole collina” biancheggiante “tutta intorno del fisso latte” come la densa brina del mattino. Erano, per quel periodo, degli accostamenti nuovi: in Italia, infatti, la fragola iniziò ad essere considerata un cibo - e quindi consumata a tavola - solo nel XVIII secolo, e la sua richiesta crebbe a dismisura solo dopo la produzione industriale dello zucchero.
Una prelibatezza abbastanza recente, dunque. Non per il poeta bassanese: nella sua operetta egli svela l'antica provenienza di questo dessert.
La storia - sostiene - inizia nella lontana Roma, il giorno in cui la dea Pomona decise di organizzare una merenda per tutti gli dei pastorali: ognuno desiderava “colà d'arrivar primo... Fauno, Priapo, Pan, Silvano, Pale, a goder la bennata cortesia dell'alma merendetta geniale” e a questi si aggiunsero Cerere, Bacco, Silene e Flora.
Fauno, dalle zampe pelose e sporche, non resistette alla tentazione di ingozzarsi “e di fragole colma la man cava, se l'accostò poi avido al mento, sporco di rosso sudiciume e bava” mentre il dio Vertunno, con un certo savoir faire, poiché desiderava “dall'odorosa Flora ottener loda”, le offrì per la prima volta “le fragole bagnate in malvagìa”.
Da questo scorcio mitologico, secondo Roberti, nacque l'usanza di mangiar le fragole annegate nel vino che, come egli scrive, “danno all'ugola poi miglior sollazzo”.
Flora e Pomona, rispettivamente divinità dei fiori e della frutta, finirono per prendersi a botte, poiché ciascuna riteneva la propria sfera più importante di quella dell'avversaria: “Qual gallo contro a gallo in aia o in prato” le dee se le diedero di santa ragione, “mentre ogn'altro si stava confuso e zitto”.
Per fortuna Bacco pensò bene di sdrammatizzare: per conquistare una delle ninfe, che trovava le fragole un po' aspre, aprì un cartoccio pieno di “bianca polvere di zucchero disciolto” e coprì con esso le fragole dell'amata; “indi furo a raccorlo altre man pronte e di plauso sonò la valle e il monte”. Bacco, infatti, era solito girare molto e visitare tanti Paesi ed era tornato da poco da uno dei suoi viaggi in oriente: così nacquero le fragole con lo zucchero.
E con un dolce augurio agli sposi, al quale è dedicato, si conclude il poemetto di Roberti: “A questa coppia la serena pace eternemente intorno scherzi e voli” e spero che “ogni cosa lieta vada e sulle fragole il zucchero le cada”.
Nato a Bassano del Grappa nel 1719 e morto sempre a Bassano nel 1786, Giovan Battista Roberti fu autore di numerosi ed eleganti libretti: “La moda” (1746), “Le fragole” (1752), “La commedia” (1755), “Le perle” (1756) e “L'armonia” (1762). Fu uno tra gli uomini colti, lettori della Gazzetta veneta, dell'Osservatore e del Caffè, che avversavano l’Illuminismo ma non erano completamente restii alle novità culturali. Scrisse inoltre le “Favole esopiane” (1782) e riscosse giudizi alterni tra i critici vicentini.
Produsse una serie di trattatelli filosofici, lezioni bibliche, discorsi critici e accademici, tutti fortemente condizionati da un’ ispirazione cattolica. Roberti era infatti un padre gesuita, cristiano devoto e partecipe dei problemi sociali del suo tempo.
La sua passione civile lo spinse a battersi contro le mostruosità della tratta dei negri in nome della dignità dell'uomo e non delle convenienze politiche o economiche; osò persino rimproverare Petrarca di scarso amor di patria quando l'idea stessa di patria italiana era alquanto nebbiosa.
Un palazzo a Bassano porta il nome dei Roberti. Costruito dalla nobile famiglia, sulla pianta di un edificio preesistente, fu eletto a loro splendida dimora fin dal 1663 e rimase tale per 267 anni. Durante la campagna d’Italia, Napoleone lo scelse come sua residenza per due volte. Dal 1998 vi ha sede la celebre libreria omonima.
Dal Medio Evo ad oggi, il 13 giugno, con la festa di S. Antonio, si festeggiano anche le fragole. A S. Antonio si offrivano in passato cestini argentati pieni di fragole a titolo di ringraziamento per i frutti della campagna ottenuti grazie alla sua intercessione. Per questo motivo una particolare qualità di fragola prende il nome dal santo padovano.
È una pianta vigorosa e fertilissima, frutto grosso, resistente, color rosso scuro, polpa rosa, gustosissima e profumata. Ottima fragola anche per confetture.
Le origini del frutto.
Volgarmente detta Fravola, sembra non fosse apprezzata dagli antichi dato che non si trova in alcuna memoria che fosse oggetto di coltivazione, né al tempo dei greci né dei romani. Era conosciuta allora come pianta da frutto spontanea, ma non era considerata come vivanda, né perciò ricercata.
Senza dubbio nell’antichità era conosciuto botanicamente, essendo citato da Teofrasto, Ovidio, Apuleio e Plinio.
Tra le sue varie attività, Alessandro Rossi (nato a Schio il 21 novembre 1819 e morto a Santorso il 28 febbraio 1898) fondò anche la Scuola di Orticoltura e Pomologia per la preparazione dei moderni agricoltori. La realizzò nella sua dimora di campagna a Santorso, la secentesca villa Bonifacio-Velo, acquistata nel 1865. I lavori di ristrutturazione furono affidati ad Antonio Caregaro Negrin, che trasformò la villa in una sontuosa dimora in stile neo-pompeiano con un grande giardino. La terra circostante fu utilizzata per le strutture dell'Istituto. Un opuscolo conservato alla Biblioteca “La Vigna", intitolato “L'Istituto orticolo-pomologico Rossi a Sant'Orso", edito nel 1884 a cura del Comizio agrario di Vicenza, illustra la composizione del podere, che si estendeva per circa 50 ettari ed era diviso in due corpi dalla strada provinciale Schio-Piovene-Arsiero.
Il corpo superiore era destinato alla coltivazione di uva da tavola, lamponi e ortaggi, mentre nel corpo inferiore si coltivavano uva da vino, ortaggi, frutta e asparagi. In questa seconda porzione sorgevano i fabbricati più importanti che accoglievano magazzini, uffici, aule e abitazioni. Tutto il podere fu dotato di luce elettrica.
Alessandro Rossi, nel discorso inaugurale, disse che l'elettricità avrebbe giovato ai coltivatori soprattutto nella stagione estiva, quando le operazioni che mal si sarebbero eseguite sotto la canicola, avrebbero potuto essere eseguite di notte.
Rossi era convinto che questa scuola non avrebbe dovuto formare “dottori, ma uomini pratici i quali sappiano rendersi ragione di quanto fanno, e nulla più". Con questo lo studio non sarebbe passato in secondo piano: “Come faremo la coltivazione intensiva, così dovranno essere intensivi i vostri studi - disse rivolgendosi agli studenti - Ricordatevi che siete destinati a diventare i pionieri dell'orticoltura, come i giovani usciti dalla scuola industriale di Vicenza lo furono per l'industria".
Alessandro Rossi morì acclamato come “quasi un predestinato a imprese che per gli altri sarebbe follia solo il pensare".
Alessandro Rossi promosse a Santorso anche un'interessante iniziativa di carattere zootecnico. Tutte le fasi sono descritte in alcuni articoli de “L'Agricoltura vicentina", il giornale dei comizi agrari vicentini, le associazioni di proprietari terrieri che avevano come scopo la diffusione di tecniche e innovazioni in campo agricolo. Dal 1894 Rossi iniziò ad importare nel suo prestigioso podere bovini di razza Simmental (o Simmenthal com’è scritto a corredo dei disegni nella pubblicazione). Molti capi erano stati acquistati a Saanen, Boltigen e Erlenbach, località svizzere della valle del fiume Simme, detta appunto Simmental, zona d'origine della razza e da cui deriva il nome.
L'importazione in Italia di questi bovini avvenne per la prima volta in Friuli nel 1870. Questa varietà pezzata rossa era particolarmente rinomata per essere adatta sia al lavoro che alla produzione di latte e carne. Per queste caratteristiche, il Simmental era considerato un animale “miglioratore". Dall'incrocio di tori puro sangue con vacche di razze locali meno produttive, si procedeva infatti al miglioramento delle varietà con lo sviluppo delle attitudini della razza svizzera. Gli allevatori friulani procedettero per primi alla sperimentazione ottenendo ottimi risultati, tanto che la razza ottenuta dagli incroci venne chiamata Pezzata rossa friulana.
Alessandro Rossi decise di riproporre la stessa esperienza a Santorso. Dal podere Rossi la nuova razza si diffuse in altre zone del Vicentino, tanto che nella rivista agricola si scriveva che i tori Simmental “si sono acquistati una clientela molto numerosa, quantunque si faccia pagare per essi un tasso di monta superiore al comune". La pezzata rossa friulana di derivazione Simmenthal ebbe una grande diffusione. Nel 1986 il nome della razza venne modificato con decreto presidenziale, diventando l'attuale Pezzata rossa italiana. Nel Vicentino la pezzata rossa veniva ancora allevata negli anni '50 in pianura e bassa collina, ma fu progressivamente sostituita dalla pezzata nera, con prevalente attitudine lattea.
La razza svizzera originaria della valle del fiume Simme porta lo stesso nome della Simmetnhal, nota marca di carne in scatola. Entrambi i nomi hanno la stessa origine. Alla fine dell’Ottocento, Pietro Sada, ristoratore milanese, preparava un lesso di carne molto apprezzato e richiesto. Fu pertanto spinto a ricercare nuovi processi di conservazione, finchè, nel 1881, inventò la carne in scatola. Quando lo svizzero Gondrand effettuò la prima trasvolata delle Alpi in mongolfiera, Pietro Sada gli offrì le sue scatolette come scorta. Fu un successo. Da quel momento tutti vollero assaggiare la carne in scatola di Sada. Mancava solo il nome. Nel 1923 il figlio di Sada, Gino Alfonso, si ispirò alla valle svizzera e aprì il primo stabilimento della nota marca a Monza.
Negli anni ’30 e ’40 l’Azienda si amplia e si organizza, arrivando a produrre 25.000 scatolette al giorno. Oggi il marchio è della Kraft Foods.
Il procedimento di produzione consiste nel cuocere la carne in un brodo vegetale che produce gelatina raffreddandosi. A differenza di un tempo, oggi si utilizzano carni sudamericane.
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