La Vigna, biblioteca internazionale e centro di cultura e civiltà contadina

Notizie

20/05/2010

Chiusura Biblioteca: ponte del 2 giugno

Si avvisa la gentile utenza che la biblioteca e gli uffici resteranno chiusi nei giorni 31 maggio, 1 e 2 giugno. Riapriremo regolarmente giovedì 3 giugno.

02/10/2009 11:30

Conferenza stampa

Accordo di collaborazione tra "La Vigna" e l'Università degli Studi di Scienze Gastronomiche

Nasce a Vicenza un'importante collaborazione tra la Biblioteca Internazionale "La Vigna" e l'Università degli Studi di Scienze Gastronomiche. L'accordo, avviato con la collaborazione di Slow Food Veneto, si basa sull'affinità dei piani di studio di due istituzioni che perseguono analoghe finalità culturali nel settore della gastronomia e dei prodotti della terra in generale. "La Vigna" possiede un patrimonio di circa 50 mila volumi in varie lingue, molti di inestimabile valore antiquario, alcuni anche digitalizzati per la lettura on-line: ora queste opere saranno a disposizione dei docenti e degli studenti dell'Università di Scienze Gastronomiche, frequentata da oltre 250 giovani di tutto il mondo nelle due sedi di Pollenzo (Cuneo) e Colorno (Parma). L'intesa prevede anche una comune attività di ricerca con scambio di pubblicazioni, l'incremento della digitalizzazione e della consultazione a distanza dei volumi nonchè l'utilizzo della sede della Biblioteca per ospitare a Vicenza studenti ed esperti e per organizzare convegni su temi specifici.

L'Università degli Studi di Scienze Gastronomiche, privata e legalmente riconosciuta, è nata nel 2004 su iniziativa di Slow Food e propone un corso di laurea triennale e una laurea magistrale nella sede di Pollenzo in Piemonte e dei Master annuali post-lauream in quella di Colorno in Emilia-Romagna. Attualmente è frequentata da studenti provenienti, oltre che dall'Italia, da più di 20 nazioni europee ed extra-europee: Australia, Canada, Germania, Kenya, Svizzera, Ecuador, Giappone, Israele, Brasile, Trinidad e Tobago.

Alla conferenza stampa saranno presenti per l'Università Vittorio Manganelli, vice-presidente del consiglio d'amministrazione e Carlo Catani, direttore, oltre che Mauro Pasquali di Slow Food, Gino Bortoletto presidente di Slow Food Veneto e il presidente de "La Vigna" Mario Bagnara.

A.B.

03/04/2009

Un asino divide Vicenza e Padova

di Alessandra Balestra

 

Vicenza e Padova, amiche o nemiche? E' Carlo De' Dottori, uno scrittore padovano vissuto nel XVII secolo, a raccontare la vera origine della rivalità tra la sua città natale e la bella Vicenza. L'Asino, la cui edizione vicentina del 1796 è conservata alla biblioteca “La Vigna”, è il titolo del suo poema eroicomico che venne pubblicato per la prima volta nel 1652, un'opera che, prendendo spunto da La secchia rapita di Alessandro Tassoni di non molti anni prima, illustra scherzosamente la genesi dell'inimicizia fra due città che, nel principio, erano davvero “pappa e ciccia”. Pappa perchè gli abitanti, come racconta l'autore, non facevano che consumare allegri brindisi e banchetti nelle osterie mangiando parmigiano e bevendo vino rosso e bianco, ciccia perchè, chi può dire se per motivi importanti o per capriccio, tutto finì con qualche chilo di salsiccia.

Il proverbio “Padovano impicca l'asino e Vicentino lo disimpicca per un pezzo di salsiccia” nasce da un accidente occorso molti secoli fa tra padovani e vicentini: questi ultimi, partiti per combattere, avevano portato come emblema un'insegna con dipinto un asino; purtroppo la persero in battaglia e i padovani, per dispetto, l'attaccarono ad una forca e la lasciarono per un pezzo appesa come simbolo della vittoria finchè, frappostisi amici comuni, i due popoli conclusero la pace, e l'Asino fu disimpiccato e reso col patto che i vicentini distribuissero quel giorno al popolo di Padova alcune some di salsiccia. Con felice anacronismo il De Dottori fece coincidere questo fatto con la guerra occorsa nell'anno 1198, quando a Padova il podestà era Messer Giacopo Stretto di Piacenza e a Vicenza un tale Buonapace di Brescia, da tutti chiamato il Bombace, e ne fece l'azione principale del suo Poema, rendendo comico e ridicolo il genere epico, per definizione serio e grave.

Come di consueto, per trovare ispirazione, l'autore in principio invoca le Muse, che non sono però lodate per le classiche virtù bensì per il loro amore per il vino moscatello, così come i due fratelli olimpici Bacco e Marte, il primo talmente gonfio di vino ed ingrassato che gira per le città con la giubba tutta scucita e sbottonata sul petto, il secondo ubriaco al punto che dimentica lo scudo e la lucente armatura dietro le panche dell'osteria in compagnia delle pentole, non accorgendosi che vengono silenziosamente rosicchiati dai topi! La spada del dio non serve a combattere ma a tagliar salsicce e un carnevale, invece della neve, cadono dal cielo giuncata e ricotta a ricoprire i colli. “Vivevano i Padovani e i Vicentini” - racconta il poeta - “in molta pace e amore, e si prestavan da buon vicini il mortaio e'l pestel da far savore” finchè un giorno per ragioni di confini cominciarono a guardarsi con diffidenza. L'oggetto del desiderio era un borgo al confine tra le due città, un bel villaggio chiamato Veggiano, distante un miglio da Montegalda, della cui terra i due paesi si contendevano il diritto di proprietà. L'asino, nell'immaginario collettivo simbolo di sciocca ostinazione, apre e chiude l'opera, e lascia al lettore le considerazioni finali su un conflitto scoppiato “per cosa poi che non valeva un fico”, dice il De Dottori, all'improvviso, così come in pochi mesi egli scrisse quest'opera, composta più per scherzo e passatempo che per essere consacrata all'età ventura, ma che invece nei secoli conobbe un grande successo. In occasione dell'uscita dell'edizione settecentesca dell'opera, l'abate don Francesco Berlendis, in un sonetto, invita così scherzosamente all'acquisto: “Quest'asino immortal ... oggi ricomparisce in sul mercato. Compratelo, o lettor, che ai ragli suoi vedrete diventar tanti somari (persino) il conte Orlando e i paladini eroi!

03/02/2009

La Vigna? Nasce da una festa di nozze

Alessia Scarparolo

Il simbolo de "La Vigna" rintracciato in un poemetto realizzato dagli accademici “vignaiuoli” ferraresi nel 1725

La Biblioteca "La Vigna" ha un simbolo che la rappresenta: uno scudo delimitato da elementi vegetali con una pianta di vite attorcigliata ad un palo nel campo centrale, sormontato da una corona di foglie di vite. Due liste svolazzanti riportano con lettere maiuscole romane le scritte: "Silva talem nulla profert" e "La Vigna". L'immagine allude al patrimonio librario della biblioteca, riconosciuto a livello internazionale per le opere di viticoltura e di enologia possedute. Fu Demetrio Zaccaria, fondatore de “La Vigna”, a scegliere il logo, che non fu appositamente realizzato per la biblioteca; esisteva già. Zaccaria lo vide per la prima volta nel negozio di un antiquario, sfogliando le pagine di un opuscolo settecentesco intitolato "Giuochi nuziali celebrati dagli Accademici della Vigna in occasione de' felicissimi sponsali del signor conte Scipione Bonacossi con la nobil donna marchesa Felicita Ippoliti contessa di Gazoldo l'anno 1725 in Ferrara" (di cui esistono solamente due esemplari censiti in Italia). Quello stemma era stato originariamento pensato per l'Accademia della Vigna, fondata a Ferrara nel 1724 da Girolamo Baruffaldi, poeta e letterato, appassionato di storia e di archeologia. I soci dell'Accademia, detti Vignaiuoli, usavano fregiarsi di un soprannome particolare, relativo alla vite e al vino: era il loro nome accademico. Trebbiano, Zibibbo, Vernaccia, sono solo alcuni degli pseudonimi adottati. Gli Accademici si riunivano frequentemente per recitare composizioni spiritose e piacevoli, molte delle quali furono date alle stampe tra la metà del Settecento e l'Ottocento. L'opuscolo scritto per le nobili nozze, ad esempio, contiene alcuni componimenti sui giochi pensati dagli Accademici della Vigna per animare la festa e intrattenere gli invitati: il gioco delle noci, del lotto, dell'antenna, della cieca. Si conclude con alcuni brindisi in onore degli sposi, per lo più versi augurali dai toni gioviali.
Il motto dello stemma riproduce un verso del Pange Lingua, un inno sacro scritto da Venanzio Fortunato nel VI secolo, sopravvissuto nella tradizione liturgica pasquale. "Nulla talem silva profert flore, fronde, germine": nessuna selva ne produce uno simile per fiore, fronda e frutto. E' chiaro il riferimento alla croce di Cristo, simbolo della fede. Il verso venne quindi adottato dagli Accademici della Vigna che lo riferirono alla vite, simbolo della loro associazione.

Parassiti della vite: una "guerra" che infiammava la Belle Epoque


Funghi e parassiti diventano soggetti da calendario. E' quanto accaduto alla Biblioteca “La Vigna”, che ha messo a disposizione dell'azienda VCR-Vivai Rauscedo (in provincia di Pordenone) le immagini tratte da un libro pubblicato a Reims nel 1893. "Description des ravageurs de la vigne" è il titolo del volume di Henri Jolicoeur che descrive i parassiti della vite, sia insetti che funghi, e ne illustra le tecniche per debellarli. L'opera aveva lo scopo di far conoscere ai viticoltori le nozioni fino ad allora acquisite sulle malattie e i parassiti della vite. Nessuna dissertazione scientifica, ma semplicemente una guida chiara e immediata e molti consigli pratici sulla lotta agli “invasori”: è quello di cui avevano bisogno i viticoltori del tempo, gente a volte poco pratica di manuali, ma che ben sapeva usare gli attrezzi del mestiere. “Imparare subito e imparare abbastanza” è il proposito che l'autore esprime nella prefazione.
L'opera si divide in due parti fondamentali: la descrizione dei parassiti animali e i mezzi per combatterli e la storia dei principali parassiti vegetali.
È arricchita da 20 tavole cromolitografiche (una tecnica di stampaacolori) con disegni di Anna Bauler che riprodusse dal vivo lemalattie e i parassiti. Vermi, bruchi, larve, farfalle, ragni e altri insetti,muffe e funghi si alternano nel calendario da gennaio a dicembre, sapientemente illustrati assiemeaidanniprovocati allavite.
Maggio: la fillossera. Un insettodiventato tristemente famoso in tutto il mondo per i catastrofici danni provocati alla vite europea nella seconda metà dell’Ottocento e meglio conosciuto con il sinonimo di “Phylloxera vastatrix”. Si tratta di un piccolo afide lungo intorno al millimetro di colore giallo - ocra, originario dell’America settentrionale e accidentalmente importato in Europa nella seconda metà del XIX secolo: nel Vecchio Continente devastò quasio vunque le colture attaccandone l’apparato radicale con la conseguente morte della stessa pianta. Erano detti “gliemigranti della fillossera” quelli che abbandonavano l’Italia, senza più lavoro la causa delle vigne distrutte da questo insetto, ma che seppero ricominciare lontano, in America o persino in Australia.
Settembre: l’oidio. Unamuffa che si sviluppa sulle foglie della vite e si estende poi ai germogli e ai tralci sotto forma di una fioritura bianchiccia e per questo detta anche biancodellavite. Fu osservata per la prima volta nel 1845 in Inghilterra e si diffuse poi in Francia, SpagnaeItalia.
Dicembre:l’arctiacaja.Uninsetto che appartiene alla specie degli Arctidi. Si tratta di una farfalla di notevoli dimensioni e dai bellissimi colori. Bella quanto pericolosa! Allo stato larvale si nutre delle foglie degli alberi da frutto, portandoli a morte rapidamente, perché bastano le uova deposte da un esiguo numero di femmine a darorigine a migliaia di voraci
larvette. Queste immagini, che oggi hannoconquistatoun calendario, apprezzate più per le loro qualità estetiche, funsero alla fine dell’Ottocento da manuale per molti viticoltori, che poterono confrontarle con i “malanni” dei lorovigneti al fine di riconoscerne le cause e adottare I mezzi più efficaci per salvaguardarne la sussistenza, magari proprio quelli consigliati dal Jolicoeur.

Documento allegato (formato PDF, 168 kB)

16/12/2008

Mercoledì 17 adotta un libro a “La Vigna”

di Alessandra Balestra

 

Il gobbo di Notre Dame suonava le campane della grande cattedrale. Lavorava in un panificio, invece, il gobbo di Panone, a Firenze, nei primi anni del '700. E aveva un nome molto più comune di Quasimodo, lui era semplicemente Francesco. Francesco Zeti, per la precisione. E passò alla storia perchè salvò il destino della cioccolata.

In quel periodo, infatti, era in corso un'accesa controversia tra il sopraccitato panettiere, che lavorava nel forno del signor Panone ed era conosciuto per l'abilità nel preparare deliziose tazze di cioccolata calda speziata, e il dottor Giovan Battista Felici, grande accusatore della cioccolata, che scrisse addirittura un breve saggio di denuncia contro il nettare nero, ormai sempre più apprezzato dai palati italiani.

Venne così composto, per contrastare lo scritto dell'avversario, il breve volume “Altro parere intorno alla natura e all'uso della cioccolata”, che lo Zeti introdusse lasciando poi l'onere della trattazione ad un suo amico di fiducia, medico fisico, che aveva il compito di rendere pubbliche le virtù benefiche della cioccolata e aiutare l'amico Francesco a conservare il suo posto di lavoro. Tale lettera, che divenne poi un libretto, ebbe grande successo e riuscì nell'intento, al punto che oggi la Biblioteca “La Vigna” ne conserva una copia del 1728 tra i suoi scaffali.

E la vicenda è così curiosa che, fra tante, è stata scelta oggi come soggetto per la prima ristampa anastatica fatta in occasione della nuova iniziativa “Adotta un libro” promossa da “La Vigna”, che sarà presentata nella sede della Biblioteca il prossimo 17 dicembre alle ore 18.

In tale occasione, non solo sarà visibile il risultato del primo lavoro fatto per la ristampa anastatica di questo volume, ma, ancora più importante, sarà illustrato nel dettaglio l'originale progetto che allargherà le frontiere di fruizione e diffusione dei preziosi volumi antichi, sempre più difficili da consultare direttamente per problemi di conservazione e sicurezza. Non è una semplice digitalizzazione, metodo ormai sempre più usato a livello mondiale per proteggere gli esemplari originali e al contempo renderli più facilmente e comodamente consultabili; è un'idea che fa un salto in avanti.

Adotta un libro” permetterà ad un privato o ad un'azienda di scegliere un libro, vicino ai propri interessi, in un'ampia lista di titoli che sarà via via incrementata, concordando un contributo economico: avrà così la scansione completa in alta qualità del volume, da stampare per confezionare gadget, omaggi, o altro, con la possibilità di aggiungere eventuali loghi ed altre personalizzazioni; potrà inoltre utilizzare i contenuti e le immagini a scopo di comunicazione, anche commerciale, e organizzare, grazie ad essi, eventi mirati.

Con questo gesto, al contempo, si garantiranno il salvataggio definitivo dei contenuti del libro, la sua archiviazione on line, con nuove e più ampie possibilità di consultazione per tutti e, in casi particolari, si procederà al restauro del volume originale.

Il gobbo di Panone, quella volta, salvò la cioccolata, e tutti gli siamo ora immensamente grati...adesso qualcuno potrebbe scegliere di salvare un libro.

Di Alessandra Balestra

 

26/11/2008

Così Zaccaria fondò "La Vigna"

di Alessia Scarparolo e Alessandra Balestra

Demetrio Zaccaria è stato più volte definito un business man, un self made man, un imprenditore di se stesso. Internazionale e non comune fu tutta la sua vita. Lo si coglie dal volume pubblicato in occasione del 15° anniversario della morte, un viaggio attraverso la vita, le molteplici e diverse realizzazioni, la generosità verso la comunità vicentina e il ricordo che di lui conserva chi l'ha conosciuto.

Zaccaria nacque a Vicenza il 6 aprile 1912. I suoi genitori erano proprietari di una drogheria a Porta Padova: erano persone legate alle tradizioni locali, alla terra, al mondo contadino, ma ben consapevoli di come si gestivano gli affari. Era soprattutto la madre ad avere una volontà di ferro: Demetrio prese sicuramente molto da lei. Si diplomò al "Rossi" e frequentò poi la Scuola ufficiali genio radiotelegrafisti dell'esercito, prestando servizio prima a Verona e poi in Sardegna. Venne congedato con tanto di decorazione. Negli anni '30, a causa della crisi economica mondiale, non era facile trovare un lavoro. Il giovane Zaccaria si arruolò allora come volontario in Africa nel conflitto abissino: fu decorato con medaglia di bronzo e croce di guerra al valor militare. Finita la campagna d'Etiopia fiutò l'affare e costituì ad Addis Abeba una società per il trasporto del sale nelle zone interne del paese. Avviò anche un calzaturificio, visto che contemporaneamente commerciava pelli locali. I guadagni erano investiti in operazioni bancarie, ma soprattutto nell'acquisto di oro. Lo scoppio della seconda guerra mondiale bloccò, ma solo momentaneamente, le sue aspirazioni imprenditoriali perché fu fatto prigioniero in Kenya dagli inglesi. Fu uno dei periodi più drammatici della sua vita, ma Zaccaria seppe reagire e diventò imprenditore di se stesso: approfondì la conoscenza dell’inglese e si appropriò della mentalità anglosassone. I frutti di questo impegno li raccolse rientrato in Italia: a Vicenza fondò con i fratelli un'azienda tessile e collaborò con grandi società impegnate in transazioni a livello internazionale. Queste attività lo portarono a viaggiare in tutti i continenti, soddisfacendo in questo modo il suo innato desiderio di spaziare al di là dei confini del proprio Paese.

Il tempo libero Zaccaria lo trascorreva sul Lago di Garda, in una casa da lui stesso costruita con giardino, orto e uliveto che amava coltivare. Spunta il legame con la terra e con l'agricoltura, tanto care alla famiglia paterna. Questo legame si concretizzò in un'impresa culturale quando, nel 1951 durante uno dei suoi viaggi, acquistò per caso a New York il Dictionary of Wines di Frank Schoonmaker. Fu amore a prima vista. Da quel momento fu inebriato dalla curiosità per una materia fino ad allora sconosciuta, ma che divenne presto una passione: l'enologia. Dal desiderio di saperne di più passò gradualmente a costituire un vasto e prezioso patrimonio librario che abbracciò anche la gastronomia, la cultura e la civiltà contadina della nostra terra. Partecipò ad alcuni importanti congressi internazionali sulla materia e strinse amicizie e relazioni con esperti del settore. La raccolta di libri conobbe una forte espansione negli anni Settanta grazie ai contatti con esperti, editori, biblioteche e istituzioni specializzati nel campo della viticoltura e delle scienze agrarie. Il suo desiderio era di condividere il proprio patrimonio librario con quanti, come lui, volevano "saperne di più". Inoltre voleva gestire la biblioteca a modo suo. Fu allora, nel 1981, che mise in atto la decisione di donare i quasi 12 mila volumi (in parte contrassegnati da un ex libris con il suo nome) e il palazzo Brusarosco, restaurato dall'architetto Scarpa a metà degli anni '60 e scrigno del suo tesoro inestimabile, al Comune di Vicenza, a patto che dopo la sua morte nulla andasse disperso. Venne così fondato il Centro di Cultura e Civiltà Contadina – Biblioteca Internazionale "La Vigna".

Il volume raccoglie non solo la biografia, ma anche le testimonianze e i ricordi di quanti sono stati partecipi dell’avventura di Demetrio Zaccaria.Tra le testimonianze, quella di Alberto Galla, ex presidente, delinea con chiarezza e sincerità la figura di Zaccaria: un uomo elegante, dai modi signorili, un grande mecenate, che non tratteneva però una sfuriata (sempre contenuta) se non trovava i libri che gli interessavano!

03/11/2008

Il tabacco in Valbrenta: tradizione lunga tre secoli

di Alessia Scarparolo

Il Gran Canyon del Brenta: così è stata definita la Valle del Brenta, imprigionata tra due pareti rocciose, a prima vista impervie, sterili, ostili , ma in realtà fonti di sostentamento per migliaia di persone nei secoli passati.

Prima la menada dei tronchi, che venivano fatti scorrere a valle attraverso scalinate scavate nella roccia (caratteristici i 4444 scalini della Calà del Sasso di Valstagna) e poi portati dal Brenta fino a Padova e a Venezia. Poi la coltivazione del tabacco che mutò radicalmente l’economia della vallata dopo la seconda metà del Seicento.

Ci si potrebbe chiedere come fosse possibile coltivare il tabacco su un territorio così inaccessibile alla vanga. La risposta si trova nei sacrifici degli abitanti della Valle del Brenta, che con fatica e sudore strapparono alla roccia la poca terra, modellando le ripide pareti in terrazze coltivabili, le masiere.

Come e quando il tabacco sia arrivato sulle sponde del Brenta non è documentato. Secondo la tradizione, verso la fine del XVI secolo, un monaco benedettino avrebbe introdotto nel convento di Campese alcuni semi dell’esotica coltivazione. Da qui sarebbe incominciata la storia del tabacco in Valbrenta. Ne venivano raccolte circa 20 milioni di piante ogni anno, tanto che, ben presto, fiutato l’affare, Venezia impose il suo rigido controllo alla lavorazione della pianta. E, attraverso i secoli, se ne interessò l’Austria, succeduta al dominio veneziano, poi il napoleonico Regno d’Italia, ancora l’Austria e infine il Regno d’Italia, che sottopose la produzione e il commercio del tabacco alle rigide regole del Monopolio di Stato.

Si coltivava il cosiddetto Nostrano del Brenta, rustico e aromatico, impiegato soprattutto in alcune varietà di tabacchi da fiuto, per trinciati da pipa e da sigarette scure. La Biblioteca “La Vigna” ne possiede alcune illustrazioni a colori nel libro intitolato Tabacchi italiani, il catalogo pubblicato dal Monopolio di Stato nel 1934, dove, per ogni varietà coltivata, si riproduce la pianta, la foglia e il prodotto lavorato. Altre illustrazioni sono presentate nella pubblicazione dell’Ente nazionale per il tabacco di Roma I tabacchi greggi italiani (Milano 1937), anch’esso consultabile presso la Biblioteca. Del Nostrano del Brenta si distinguevano tre tipi principali: il Cuchetto, dall’aroma particolarmente pregiato, ma molto delicato e perciò presto abbandonato; l’Avanetta, di buona qualità, e l’Avanone, detto anche Campesano dal paese di Campese dove veniva coltivato, meno pregiato, ma molto produttivo.

 

Contrabbando, una scorciatoita assai diffusa

La produzione del tabacco era soggetta a regole inflessibili. Se ne può percepire il rigido carattere in un opuscolo ottocentesco conservato dalla Biblioteca “La Vigna”, contenente la rimostranza dei sindaci della Valle del Brenta nell’interesse dei coltivatori di tabacco. I controlli erano estremamente fiscali, al punto da dichiarare non conforme ai campioni alcune varietà del Nostrano, quando la diversità di caratteristiche era semplicemente il prodotto di un diverso sistema di cura. Ne veniva così pregiudicata la vendita e, di conseguenza, la sussistenza degli stessi coltivatori. Il malcontento e la povertà non potevano che alimentare una pratica già in uso da diversi secoli: il contrabbando.

Uomini, donne e ragazzi scendevano furtivi nella fascia pedemontana e in pianura o percorrevano la Valsugana per scambiare il tabacco con un sacco di farina, un pugno di fagioli o altri generi di prima necessità. Lo scopo non era il guadagno, tutt’altro, era la sopravvivenza.

“Altolà!” gridavano gli agenti della Finanza quando sorprendevano i contrabbandieri. Spesso si perdeva il carico nel tentativo di fuggire, altre volte si perdeva la vita. I contrabbandieri venivano per lo più colti in flagrante nei boschi, nelle malghe, lungo le strade strategiche; altre volte il tabacco veniva ritrovato nelle loro case, accuratamente nascosto. Nessuno fuggiva alla tentazione del contrabbando: dagli osti ai falegnami, dai fabbri ai cappellai, perfino i soldati! E quelli sorpresi nel traffico illecito erano condannati a pagare una multa, il che non faceva altro che pesare sul già magro bilancio delle famiglie della Valle.

Il trionfo del "Nostrano del Brenta" da fumare nelle sue tre varietà

Da fiuto o da masticare, ma per lo più tabacco da fumare. Dimmi che tabacco fumi e ti dirò chi sei recita il Manuale del fumatore pubblicato da Giacomo Sormanni nel 1866 e di cui si può trovare una copia presso la Biblioteca “La Vigna”. Contadini e manovali amano i tabacchi forti, gli impiegati quelli un po’ più dolci, mentre gli aristocratici preferiscono i tabacchi dall’aroma leggero. Ci sono i fumatori alla moda, quelli che girano col sigaro pregiato in bocca, ma solo come pretesto per apparire; i fumatori che il sigaro non se lo possono permettere e così ripiegano sulla cigarette, professandosi partigiani dei fumeurs francesi; i fumatori di pipa, che preferiscono un tabacco dolce, profumato e leggero, per i quali fumare diventa quasi un’arte.

E poi gli annusatori: quelli veri e quelli timidi. Il vero annusatore è munito di una larga tabacchiera che apre con fracasso e aria sorridente. Vi immerge tre dita e, riunendo il tabacco sopra il pollice, lo inspira con il naso facendo un gran rumore. L’annusatore timido usa invece una tabacchiera microscopica che apre discretamente introducendovi l’indice. Preleva qualche granello di tabacco e lo fiuta di nascosto. Altri tempi, altre storie, immagini leggere e lontane che poco hanno a che fare con la guerra al fumo dei nostri tempi e che riportano invece il ricordo ai nonni seduti in veranda col sigaro in bocca, che consumavano fino all’ultimo centimetro.

31/07/2008

Il trinciante e lo scalco superstar in villa

Alessandra Balestra

 

Cucinare, decorare, servire, intrattenere: uno stuolo di servitori si occupava di soddisfare le volontà e i bisogni del signore e dei convitati durante le feste in villa nel XVI secolo.

Pratica e scalcaria è il titolo del manuale di Antonio Frugoli, di cui “La Vigna” possiede l'edizione del 1638, che racconta quanto fossero specifici i compiti di ogni singolo servitore, tutti alle dipendenze del “maitre” della villa, lo scalco.

Uomo di fiducia, organizzatore di feste e banchetti, era lui che decideva le portate e vigilava sulla preparazione delle pietanze; a lui ci si rivolgeva per creare composizioni gastronomiche che fossero in tema con la serata, scenografici “trionfi” di zucchero che raffiguravano putti, leoni, elefanti, persino architetture e personaggi del mito, tutto per raccontare una storia e affascinare gli invitati.

Cuoco, spenditore, credenziere, dispensiere, bottigliere, tutti ai suoi ordini, e accanto il suo braccio destro, l'uomo che sapeva fare del taglio di una carne o delle fette di melone uno spettacolo: il trinciante.

Senza nemmeno sfiorare con le mani una coscia di pollo, una trota e persino un riccio di mare, il trinciante, come un abile giocoliere, incantava gli ospiti con spettacolari performances, disegnando figure in aria con le lame di forcine e coltelli in modo che, alla fine di tutti gli abilissimi volteggi, la pietanza cadesse esattamente nel piatto del commensale.

E’ Vincenzo Cervio colui che si preoccupò di tramandare nel tempo tali curiosità e così utili informazioni su chi fosse uno dei protagonisti dell’animazione di un banchetto, nella sua opera Il trinciante del 1622, altra perla libraria della Biblioteca “La Vigna”: nelle sue pagine imperdibili scorci di storia gastronomica.

Il mestiere del trinciante, seppur considerato un lavoro umile, richiedeva una lunghissima preparazione e un preciso aspetto fisico: il trinciante doveva essere un uomo piacevole alla vista, senza difetti fisici, educato, non troppo espansivo, impeccabilmente vestito, nato da buona famiglia (meglio se nobile) e non timido (non dovevano tremargli mai le mani)!

Vincenzo Cervio nella sua opera abbina all'arte di saper tagliare la capacità di conquistare una donna. Ecco il suo punto di vista: “E per questo niuno gentilhuomo per grande che egli sia, non si dovria sdegnare di saperlo fare, se non per altro, almeno per potere in un bisogno servire il suo signore, ovvero alla sua dama, come fece uno dei maggiori signori della corte, il quale nel tempo di (e)state ritrovandosi fuori ad un suo giardino, dove erano di molte gentildonne, lui nell'hora della cena postosi a tavola (ac)canto ad una di quelle sopramodo bellissima, la quale sommamente amava, et desiderava servire, fattosi dare dal trinciante che li stava appresso una forcina, e un cortello, e levatosi in piedi imbroccò un fagiano, e lo trinciò a quella dama con tanto buona gratia, quanto avrebbe fatto il miglior trinciante d'Italia”.

Documento allegato (formato PDF, 321 kB)

09/07/2008

Quanto erano romane le feste palladiane

di Alessandra Balestra

 

Rewind. Si torna indietro di mezzo millennio.

Cinquecento anni sono passati dalla nascita di Andrea Palladio che -suo malgrado- ha prestato il nome anche a strade, pizzerie, dolci e persino ad un centro commerciale.

Colonnati e timpani triangolari sono i segni distintivi di quelle ville che ora sono silenziosi cimeli in mezzo alla campagna veneta, ma un tempo risuonavano di musiche e schiamazzi nelle sale, di pentole e posate nelle cucine.

E' del 1561 la legge suntuaria promulgata a Vicenza con lo scopo di disciplinare i costumi morali e la vita quotidiana dei ceti più abbienti, un campanello d'allarme che dà informazioni sulle abitudini “spendaccione” di chi non badava al portafoglio pur di suscitare nei propri ospiti il senso della meraviglia.

Cambiano i modi ma non la sostanza: tant'è che nel 1596 c'era qualcuno che, spettatore in tempo reale degli usi e costumi rinascimentali, notava somiglianze con l'epoca romana.

Andrea Bacci, nel IV libro della sua opera De naturali vinorum historia, racconta infatti tutti i particolari della preparazione di un banchetto nella Roma antica, dalle portate, ai doni per gli ospiti, agli abiti per la cena, agli arredi, ai compiti della servitù.

“Ai tempi dei consoli C. Fannio e M. Valerio Messala”, racconta, “si ordinava ai più ragguardevoli cittadini di giurare che nel corso delle feste Megalesi per ogni singola cena non avrebbero speso più di 120 assi (circa 1500 euro attuali), non avrebbero bevuto vino straniero e non avrebbero portato in tavola vasi d'argento per un peso che superasse le cento libbre”.

Nulla di nuovo, dunque, se un signore nel XVI secolo arrivava a spendere 700 ducati (circa 70.000 euro) solo per le tappezzerie della sala, dal momento che Lucullo, racconta il Bacci, essendosi a casa sua autoinvitati Pompeo e Cicerone, aveva fatto organizzare nell'Apollo, una delle sue sale da pranzo più riccamente allestite, una cena del valore di 50.000 sesterzi, pari a 2 miliardi delle vecchie lire!

Nelle ville venete, in occasione di una festa, i calici di vetro arrivavano da Murano, le caraffe e il vasellame erano profilati in oro, i candelieri d'argento, tanta ceramica e cristallo, le tovaglie erano dei più pregiati lino e fiandra. Arazzi e pitture alle pareti, composizioni di fiori, fontane di acque profumate e ciotole con essenze odorose per detergersi le mani, fiaccole per creare l'atmosfera, statue e figure in legno e cartapesta disposte in modo da dare vita ad effetti scenografici e raccontare qualche antico episodio del mito e della tradizione.

Gli allestimenti cinquecenteschi nulla avevano da invidiare a quelli raccontati da Pedro Chacon nel suo De triclinio romano del 1588, opera conservata nella Biblioteca “La Vigna, così come quella del Bacci sopracitata, con la differenza che, col passare dei secoli, gli antichi divanetti da “gozzoviglia” vennero sostituiti da lunghe file di sedie attorno a tavoli disposti a ferro di cavallo: sopra ad essi, decine di prelibatezze.

C'era anche un'etichetta da seguire nell'allestire queste feste cinquecentesche. Lo racconta Ottaviano Rabasco nella sua opera "Il convito" del 1615. Era d'uso organizzare i posti a tavola in modo che "vicino a persona che d'alcuna virtù soprabbondasse venisse posto chi di quella mancasse in parte ... Così, vicino al filosofo un(o) che a filosofar cominciasse, al poeta chi si dilettasse di poesia, ad un vecchio loquace un giovane che volentieri udisse".

Documento allegato (formato PDF, 289 kB)

01/07/2008

"La Vigna" va sul palco mondiale di Verona

"Chi desidera approfondire la storia della vitivinicultura, alla Biblioteca Internazionale "La Vigna - Centro di Cultura e Civiltà Contadina" di Vicenza, la più importante istituzione culturale a livello mondiale che su tale argomento possiede un eccezionale patrimonio librario antico e contemporaneo, a partire dall'incunabulo del XIII secolo di Pietro De Crescenzi, "Opus ruralium commodorum", può trovare ampie e profonde risposte": così ha concluso il suo intervento il prof. Antonio Calò, presidente dell'Accadelia Italiana della Vite e del Vino, rivolgendosi a circa 700 congressisti e giornalisti provenienti da 43 diversi paesi, nella prima delle cinque giornate (16-20 giugno) che, nei locali della Fiera di Verona, l'OIV (Organisation Internationale de la Vigne e du Vin), fondata nel 1929 e attualmente presieduta dall'australiano P. Hayes, sta dedicando al XXXI Congresso Mondiale e alla VI Assemblea Generale. Alla cerimonia inaugurale durante la quale molto apprezzato è stato, fra gli altri interventi, anche quello di Luca Zaia, Ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali, erano presenti anche il presidente Mario Bagnara e il vicepresidente Luigino Curti de "La Vigna" che hanno così potuto avviare rapporti di collaborazione con dirigenti e funzionali dello stesso Ministero.

A.B.

 

23/06/2008

Grande successo a "La Vigna" per la Festa della musica

 

Grande successo ha ottenuto a “La Vigna” la Festa della Musica dello scorso 21 giugno.

L'androne e il portico di Palazzo Brusarosco-Zaccaria sono stati una cornice particolarmente suggestiva, una nicchia accogliente per i “6 in Jazz” esibitisi con un repertorio che si sposava perfettamente con l’atmosfera calda e festosa del primo giorno d'estate e l'ambiente pregno di cultura e storia che li ospitava.

Forte, oltre ogni aspettativa, l'interesse dimostrato dai numerosissimi spettatori/visitatori anche per la Biblioteca e per le 2 mostre tenute aperte per l'occasione: le fotografie del riso di Grumolo al piano nobile e le ceramiche di Nove nell'appartamento Scarpa hanno offerto l'occasione di gustare momenti artistici con il delicato sottofondo jazz che giungeva nella stanze dal giardino e avvolgeva l'intero palazzo.

“Non sapevo fosse un tesoro così prezioso” e “Guarda cosa ci stavamo perdendo” sono stati tra i commenti più frequenti di una serata in cui musica, arte e cultura si sono armonicamente amalgamate, creando una ricetta perfetta.

A.B.

30/05/2008

Piselli e ciliegie nei libri-tesoro della Vigna

di Alessandra Balestra e Francesca Basso

Ritorna puntuale anche quest’anno l’appuntamento con “Villa da Schio in Fiore”, l’unica manifestazione veneta aperta al pubblico e dedicata alla produzione florovivaistica e al giardinaggio di qualità. Sabato 17 e domenica 18, dalle 9 fino al tramonto, i numerosi appassionati del settore potranno visitare gli oltre 60 stand di questa tredicesima edizione ammirando piante rare ed insolite, arredamento per il giardino, libri e pitture sul tema. Inoltre alcune Associazioni culturali del Veneto si faranno promotrici di iniziative legate ai giardini storici e al paesaggio agrario. E fra queste la Biblioteca Internazionale “La Vigna” che ha messo a disposizione per l’evento e curato l’esposizione di alcune fra le numerosissime opere di agricoltura che possiede. Data la concomitanza, nel mese di maggio, con la “Festa dei bisi” di Lumignano e la “Festa della siaresa” di Castegnero, sono stati privilegiati gli erbari e i volumi sui piselli e le ciliegie, arricchiti da preziose tavole illustrative spesso a colori, alcune delle quali si possono ammirare in questa pagina.

I PISELLI

Piccoli, tondi e verdissimi, come contorno o come condimento, piacciono anche ai bambini. E chi li ha assaggiati crudi, appena staccato il baccello dalla pianta, non può dire che non siano una delizia! Originari del continente asiatico e coltivati già un paio di millenni prima di Cristo, i piselli già erano parte integrante e preziosa dell'alimentazione, per poi finire, dopo un lungo viaggio, sulle tavole degli Europei. Ricchissimi di vitamina C al punto da soddisfare un quarto del fabbisogno giornaliero con soli 70 grammi, di amido, di fibre e proteine vegetali a volontà, contengono pochi grassi e poche calorie, e sono ottimi per chi soffre di colesterolo e disturbi della menopausa. Rari da vedere sui banchi del mercato, sono ormai sempre più conosciuti nella versione “surgelati” o in scatola, pratici da usare. Una vera preziosità, se si pensa che in Inghilterra, durante il Medioevo, venivano addirittura usati come salario! E per gli appassionati del settore agricolo, come non ricordare la straordinaria capacità della pianta di pisello di migliorare le proprietà del terreno, essendo in grado di fissare l'azoto atmosferico. Se poi torniamo indietro con la memoria ai banchi di scuola, durante l'ora di scienze, non è difficile ripensare alle lezioni spese a imparare briciole di genetica, caratteri dominanti o recessivi, leggi di quel dottor Mendel che si servì proprio delle piante di pisello per portare a termine esperimenti diventati poi così utili!

I “BISI DE LUMIGNAN”

Coltivati per la prima volta da monaci benedettini nel X-XI secolo, i famosi “bisi” della fascia dei Colli Berici che si estende da Lumignano a Castegnero, Nanto, Mossano e sù fino a San Germano dei Berici, sono una prelibatezza del nostro territorio. Prendersi cura del pisello dei Berici non era certo una passeggiata, perchè, per sfruttare le esposizioni migliori, si arrivava a lavorare in piccoli orti ricavati nei terreni più scoscesi, costruendo le “masiere” o “banchette”, dove tutto il necessario veniva trasportato a spalla, con le gerle. Col trascorrere degli anni e l'esodo dalle campagne, la produzione si ridusse grandemente e i “bisi de Lumignan” sono diventati delle “chicche” per i palati più delicati, da gustare nei tipici ristoranti locali o in occasione della “Festa dei bisi” che si tiene ogni anno nel mese di maggio. Ottimi con le tagliatelle all'uovo, si sposano col riso nella semplice, ma famosa ricetta nostrana già amata dai Dogi di Venezia che la richiedevano in occasione del banchetto della festa di San Marco. Per essere all'altezza di un menù da palazzo veneziano, è sufficiente passare 550 gr. di piselli di Lumignano in un soffritto di 1 cipolla, 2 cucchiai di olio extravergine d'oliva dei Colli Berici e 40 gr. di burro, aggiungere poi uno spicchio d'aglio e un cucchiaio di sedano tritato, sale e pepe; dopo pochi minuti di cottura versare 300 gr. di riso Vialone nano e continuare la cottura aggiungendo brodo di carne e un po' d'acqua di cottura ricavata dalle bucce dei piselli messe a bollire. Et voilà, il pranzo è servito!

LE CILIEGIE

Il conto alla rovescia è iniziato. È questione di pochi giorni e nessuno sfuggirà al detto “una tira l’altra”. Perché si sa, la ciliegia, tonda, rossa e a polpa dura, è il frutto più amato dagli italiani. Cerisiers, Kirschen, cherries, cerezos fino al nostro veneto “siaresa”: l’etimologia è la stessa in tutte le lingue occidentali e pare derivi da Cerosonte, città dell’Asia Minore. Infatti la tradizione vuole che sia stato proprio il console romano Lucullo, innamoratosi di quel frutto allegro e succoso, a portare dal Ponto in Italia centinaia di piante di ciliegio che ben presto si diffusero in gran parte dei territori imperiali. Non abbiamo dubbi: potevano mancare forse nel corso delle proverbiali cene “luculliane” questi frutti attraenti e dal sapore magicamente dolce e acidulo? Buongustaio Lucullo… “Una mela al giorno toglie il medico di torno”, si dice. Certo è che anche mangiare ciliegie (con moderazione per evitare il consueto mal di pancia che colpisce chi proprio non resiste all’abbuffata!) è manna non solo per il palato, ma anche per la salute. Povere di grassi e sodio, ricche di proteine, potassio, calcio, vitamine A e C, le ciliegie combattono l’invecchiamento, distruggendo il colesterolo cattivo e proteggendo il cuore, danno tono e disintossicano l’organismo, favoriscono, infine, il controllo dell’ipertensione, del peso e della diuresi. E risultano graditissime anche alle signore: la loro polpa è un ottimo rivitalizzante per la pelle del viso.

LA “MORA” DI CASTEGNERO

Tre sono i distretti vicentini che fanno di Vicenza la punta di diamante della produzione cerasicola veneta: nella fascia pedemontana Marostica, celebre oltre che per il suo bel castello anche per la ciliegia “Sandra”, nella parte occidentale la Vallata del Chiampo che vanta la veronese “mora di Cazzano” e a sud il territorio dei colli Berici, diviso a sua volta in due fasce produttive. Sono proprio le diversità di clima e di terreno che caratterizzano queste zone, ad aver dato origine a molteplici varietà di ciliegie. Nei colli Berici sud-orientali il centro cerasicolo più importante è Castegnero. Le sue colline verdeggianti, punteggiate da migliaia di bianchi ciliegi in fiore, sono uno spettacolo da non perdere in primavera. Ed è proprio in questo piccolo centro che, fra maggio e giugno, si svolge la tradizionale “Festa della Siaresa” che prevede una mostra-concorso delle varietà coltivate, numerosi banchi di vendita, sempre affollatissimi, e vari spettacoli di intrattenimento. Qui regina fra le regine è la “mora” di Castegnero. Coltivata su terreni rocciosi, a forte pendenza e quindi esposti intensamente al sole, è una delle prime varietà di ciliegia a comparire, attesissima sulle nostre tavole. Di medie dimensioni, di un bel colore rosso intenso, con una polpa morbida, scura e ricchissima di zucchero, viene apprezzata tanto per la superba bellezza quanto per il gusto. Nonostante queste ciliegie siano molto versatili in cucina e possano essere utilizzate in molte gustose ricette, mangiarle fresche, al naturale, accompagnate magari da qualche altro frutto di stagione, è il modo migliore per assaporarne tutta la divina essenza.

Le informazioni in questa pagina sono state ricavate, oltre che da varie fonti contemporanee, dai pregiati volumi antichi posseduti da “La Vigna”, consultabili presso la sede di Palazzo Zaccaria e in parte esposti a “Villa da Schio in fiore” :

- Durante, C. - Herbario nuovo di ... - Venetia : presso Gian Giacomo Hertz, 1684. - Tabernaemontanus, J. T. – Neu vollkommen Krauter- buch… - Basel : J.L. Konigs, 1731 -

- Revue horticole: journal d’horticulture pratique. – Paris : Lib. Agr. De la Maison rustique, 1880-1815

- Lauche, W. - Deutsche Pomologie … - Berlin : P. Parey, 1882-1883.

- Dizionario delle scienze naturali nel quale si tratta metodicamente dei differenti esseri della natura ... Volume primo [-22.]. - Firenze : per V. Batelli e figli, 1830-1851.

Documento allegato (formato PDF, 212 kB)

22/04/2008

Loison Dolciaria dona a “La Vigna” un “Regime de Santé” del 1690

di Alessandra Balestra

Medioevo, un periodo buio e pieno di paure nell'immaginario comune, in cui il corpo era spesso visto come origine del peccato, prigione dello spirito. Difficile pensare che si siano diffusi in questo periodo i primi manuali di dietetica nei quali si raccomandava parsimonia nel mangiare, quando, fuori dai giardini dei palazzi dei signori, la gente “comune” cui la “dieta” era imposta forzatamente dalle disastrose condizioni di lavoro e di vita, non faceva che fantasticare su piatti e banchetti con centinaia di portate e damigiane di vino.

I testi divulgativi contenenti le regole della salute erano un genere letterario presente nella tradizione greca e araba che fecero la loro comparsa in Europa a partire dalla metà del XIII secolo, per poi raggiungere la massima diffusione alla fine del Medioevo; testi naturalmente indirizzati a uomini di rango sociale elevato, che fornivano consigli atti ad evitare il rischio di malattie, conservare lo stato di buona salute ed essere più longevi, migliorando l'efficienza fisica.

Regimina Sanitatis, così furono chiamati tutti i trattati appartenenti a questo filone, da quando, tra il XII e il XIII secolo, a Salerno venne redatto il primo esemplare.

Probabilmente composto e certamente commentato da Arnaldo da Villanova (c. 1240-1312) su materiale preesistente in gran parte proveniente dalla Scuola Medica Salernitana, il Regimen Sanitatis fu un testo di grande fortuna, tanto che, dopo la prima edizione a stampa in latino nel 1479, fu protagonista di frequenti ristampe, modifiche, aggiunte, ma anche volgarizzamenti e traduzioni in diverse lingue.

“Essere di cattivo umore” o “farsi il sangue marcio”: chi mai direbbe che queste espressioni siano state coniate proprio nel Regimen? Per non parlare del dilagante interesse per le piante e le erbe medicinali che, seppur protagoniste nella medicina da tempi immemorabili, vengono in questo trattato riprese con grande attenzione. Ed impariamo così che la salvia è febbrifuga, l'ortica in decotto frena la tosse, l'issopo, pianta sacra nella Bibbia, pulisce i polmoni e dona un bel colorito.

René Moreau, uno studioso seicentesco del Regimen, racconta che l'allora futuro re d'Inghilterra Roberto II, figlio di Guglielmo il Conquistatore, si fermò a Salerno sulla via del ritorno dalle crociate, per curarsi le ferite provocate dai combattimenti e i medici salernitani, oltre a curarlo, gli dedicarono anche un manoscritto contenente precetti per una vita ed un'alimentazione sane e corrette; altri affermano che il nobile “Roberto” nella dedica dell'opera sia invece un non ben identificato nobile della Normandia.

Qualunque sia il reale movente, certo è che, sebbene a tratti un po' sorpassata dal punto di vista strettamente medico, quest'opera risulta straordinariamente attuale in una società come la nostra in cui l'obesità, il consumo sfrenato e il maltrattamento del corpo sono piaghe dilaganti.

Luoghi, fattori climatici, igiene, attività fisica, tutti questi aspetti dovevano essere curati, se si voleva conservare un buono stato di salute, ma, soprattutto, stare attenti all'alimentazione.

Parecchi sono i cibi che vanno ad incrementare la lista delle sostanze nocive, tra cui diverse leccornie: quanti avranno pensato almeno una volta al celebre detto che Oscar Wilde ha messo per iscritto: “Tutto ciò che è buono o è immorale, o è illegale, o ingrassa!” Ben ce lo potrebbe confermare il protagonista della tavola qui riprodotta, tratta dal volume La Gastronomie di Berchoux, opera ottocentesca conservata negli scaffali della Biblioteca “La Vigna”, che raffigura un gentiluomo decisamente amante dei cibi gustosi!

Il Regimen, comunemente conosciuto anche come Flos Medicinae Salerni (Il fiore della medicina di Salerno) o Lilium Medicinae (Il giglio della medicina) è ricco di curiosità e suggerimenti tenuti in grande considerazione in ambito medico sino al XIX secolo ed ancora oggi non c'è dottore che possa trovarsi in disaccordo con quanto affermato nel trattato riguardo al pasto serale: “Se la notte dormir sonno soave tu brami, usa frugale, e parca cena”. Confutabili, ma non meno interessanti sono poi altre affermazioni: è vero che la pera fa ingrassare e l'aceto rende malinconici e nervosi?

In questo contesto e all'interno di questo filone letterario si inserisce il volume Regime de Santé, pubblicato a Parigi nel 1690, che, recentemente acquisito dalla Biblioteca Internazionale “La Vigna” grazie al contributo dell’azienda Pasticceria Loison di Costabissara, va ad incrementare il già ricco e prezioso patrimonio librario.

Si tratta di una traduzione francese di una delle svariate versioni del Regimen Sanitatis che si sono susseguite nel corso dei secoli, un bell'esemplare rilegato in pelle con titolo e fregi dorati sul dorso.

Regole e precetti per curare il corpo sono quindi gli argomenti di quest’opera nella quale a suggerimenti prettamenti dietetici sono affiancati consigli su come vivere una vita non solo sana, ma anche felice. Interessanti sono infatti i passaggi dai quali si evince ciò che da tempo la medicina attuale ha sollevato e continua ad affermare con sempre più convinzione: l’atteggiamento della mente e del cuore influenza il corpo tanto quanto una corretta alimentazione e un sano stile di vita.

Così, accanto agli inviti accorati di mescolare il vino con l’acqua nei pasti quotidiani e di non consumare troppa carne, di respirare aria pulita e di curare la qualità dei cibi più che la quantità, il Regime de Santé è ricco di piccole, ma preziose perle di saggezza: tutto il trattato si basa sul principio ippocratico del “a laedentibus et juvantibus desumuntur indicationes” cioè, detto in parole semplici, dalle cose che fanno bene così come da quelle che producono effetti negativi sul corpo, si possono ricavare utili informazioni sul modo di curare la nostra salute ed ormai, grazie sia agli antichi proverbi dei nostri nonni sia alla pubblicità televisiva, famosissimo è il detto “prevenire è meglio che curare!”

E quale migliore cura dell’ascolto del proprio corpo, sempre pronto a suggerirci cosa sia utile e buono e cosa invece sia necessario evitare, dal momento che ogni organismo, a prescindere dalle regole universalmente valide, reagisce e vive in maniera unica e ha bisogno di un trattamento personalizzato?

Questo trattato ci insegna quindi che siamo noi che abbiamo i mezzi per capire ciò che ci fa stare bene, poiché siamo gli unici capaci di vivere da dentro le reazioni del nostro corpo agli alimenti.

Per tutti però vale la regola di evitare gli eccessi, non solo nei pasti, ma in ogni cosa. Divertente ed inaspettato è il finale di quest’opera in cui, sorprendentemente, viene concesso uno sgarro alla regola e ci viene insegnato che non si deve esagerare mai in nulla tranne che in un sentimento, il quale aiuterà il corpo a mantenersi attivo e in salute: eccediamo pure nella gioia!

22/04/2008

Aiutaci con il cinque per mille

 

Gentile amico

anche quest’anno hai la possibilità di decidere a chi destinare il 5 per mille della tua imposta.

A te non costa nulla, mentre per noi è un aiuto molto importante.

Il Centro di Cultura e Civiltà Contadina dal 1981 opera con l’esclusivo scopo di conservare, gestire ed incrementare la Biblioteca Internazionale “La Vigna”, preziosa raccolta di testi di agricoltura, e promuovere ogni attività idonea al progresso dell’agricoltura e della conoscenza e diffusione della cultura e civiltà contadina.

Sono a chiederti di voler sostenere “La Vigna” indicando nella dichiarazione dei redditi di quest’anno (CUD 2008; 730/1 – bis redditi 2007; UNICO persone fisiche 2008) il codice fiscale de La Vigna (95004540241) nella prima casella della scheda di destinazione del 5 per mille e di apporre la tua firma, come indicato nell’esempio sotto riportato.

Ti ringrazio per la tua disponibilità e ti porgo cordiali saluti

Ultime notizie

Biblioteca Internazionale “La Vigna”, Palazzo Brusarosco Zaccaria, contrà Porta Santa Croce, 3 ‐ 36100 Vicenza
Cod. Fiscale 95004540241 tel. 0444 543000 fax 0444 321167 e-mail info@lavigna.it